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Sandro Pertini / Il resistente

C’è un Cristo storto nella basilica della Nunziata a Genova. E’ storto, completamente piegato sulla sua sinistra, sofferente, le gambe spezzate e piegate. E’ incollato al suo crocifisso da quasi due mila anni.  Sono le 19 e le luci si spengono mentre lui si accende. Ruba la scena. E’ incollato mani e piedi ma resiste mentre la Nunziata è nascosta dietro una grotta, lei piange e lui resiste. La mamma piange e il figlio resiste.

Inizia così il mio incontro col mondo Pertini. L’Uomo Pertini. L’Esempio Pertini. Un mondo straordinario. Curioso che le prime suggestioni su Pertini arrivino da immagini sacre. A Stella, il paese di Sandro, c’è un altro presidente. E poi tantissimi partigiani, quelli veri, quelli che hanno fatto la guerra, quelli che hanno contribuito alla liberazione del nostro paese, quelli che ancora credono che tutto è possibile, che tutto può cambiare, resistendo. E c’è il muretto dal quale la mamma aspettava il figlio Sandro, carcerato, ogni giorno, magari piangendo. Un’altra mamma che piange ed un altro figlio che resiste, dal carcere, per infiniti tredici anni. Pertini, il resistente.

Un volo mi riporta in Sicilia e dopo pochi giorni stranamente mi ritrovo a casa di Giovanni, il suo cognome è Impastato, il fratello di Peppino. E lì vedo il volto di una madre e quello di un figlio, un’altra mamma che piange ed un altro figlio che resiste.

Inizia così il mio nuovo progetto teatrale, il mio cammino alla scoperta di Sandro Pertini, il Resistente.

USCITA D’EMERGENZA

C’è un grosso cane nero che vigila su Grimaldi Superiore. E’ vecchio. Si muove e si porta avanti a stenti.

Ma vigila. Guarda ed osserva chi entra ed esce da Grimaldi, sopratutto chi entra. Ho pernottato lì per sei giorni. Da Grimaldi si vede il mare, la Francia, Montecarlo ed anche le centinaia di disperati che cercano di varcare il confine. Sono le due del mattino e rientro per dormire. Improvvisamente vedo sbucare da un dirupo una lunga colonna di migranti. Attraversano il paese di Grimaldi in silenzio sotto lo sguardo attento del cane custode del paese. Sono africani e pakistani, afgani. Si bloccano improvvisamente quando si accorgono della mia presenza. Ci separano solo 50 passi. Silenzio. Sembra uno di quei film western di Sergio Leone ma non c’è la musica di Morricone. Non servirebbe a

nulla. Sono preoccupati della mia presenza. Faccio cenno di

avvicinarsi. Si avvicinano.  Sono sudati ed alcuni di loro piangono. Alle spalle solo un piccolo zaino. Parliamo. Mi dicono che per l’ennesima volta tenteranno il di oltrepassare “il passo della morte”, chiamato così perché molti di loro cadono giù. Sono

siciliano e dovrei conoscere bene questa realtà ma quando la vivi è tutta un’altra cosa. Ho una bottiglietta d’acqua con me e qualche spicciolo che adesso sono nelle loro mani. Mi sento piccolo. Cerco di incoraggiarli e sorrido. Loro lo apprezzano. Uno di loro, forse il più piccolo,  mi abbraccia e mi dice che sono suo fratello. Mi sento ancora più piccolo. Se ne vanno in fila indiana nel silenzio e nel buio dal quale sono venuti.

Rimango lì, fermo. C’è la luna ed una vista eccezionale. Mi piacerebbe trovare un’uscita di emergenza per sparire. Quasi come loro che quella notte cercavano un’uscita di emergenza ma

non per sparire, per rinascere.

Io ed il mio

vecchio amico cane, custode di Grimaldi. ci guardiamo.

“Mi sento solo come un cane” gli dico.

“pure io” mi dice lui.

“e adesso che facciamo?” domando.

“aspettiamo” risponde.

“e mentre aspettiamo?” domando.

“cantiamo” risponde lui.

“ma io sono stonato come un cane!” dico.

“pure io” risponde.

“ma che cantiamo?” gli domando.

“ne conosco una di Ennio Morricone” dice il cane.

E rimaniamo lì. Come un vecchio film di Sergio Leone. In attesa di un’uscita d’emergenza.